Il più grande fallimento della mia vita

Era Novembre del 2018 e dovevo dare l’ultimo esame della mia laurea triennale, lasciato per ultimo proprio perché era il più ostico per me (lo so che non è una buona tattica, non sono un’ottima stratega) e parlando di questo mentre ero al telefono con mia madre, ad un certo punto ho detto Se non dovessi riuscire proprio ora, questo sarebbe il più grande fallimento della mia vita”. 

Spiego brevemente il motivo della mia enfasi quasi teatrale: il 2018 è stato l’anno in cui ho vissuto il momento forse più difficile della mia vita, emotivamente e psicologicamente parlando. Sono stata molto male e con me tutta la mia famiglia, preoccupata e partecipe del mio malessere. In più ho terminato l’Erasmus a Parigi, che è stata un’esperienza importantissima dal punto di vista umano, ma disastrosa dal punto di vista universitario (ed economico, aggiungerei). Ero quindi molto indietro con gli esami e con lo studio in generale e, iniziando a pensare alla laurea e a quello che avrei studiato dopo, mi sentivo totalmente in alto mare.

Poi ho iniziato pian piano a stare meglio e ho fatto il punto della situazione: ho ripreso in mano la mia vita universitaria e ho preparato liste e schemi per organizzarmi lo studio, per rimettermi in pari con gli esami e per tentare il test di accesso alla specialistica che desideravo, calcolando così di riuscire a laurearmi entro Dicembre.

Il test l’ho superato, ho studiato tantissimo per tutta l’Estate e per tutto l’Autunno, mi sentivo meglio e ho dato un esame dopo l’altro, sentendo sempre più di potercela fare. Ho iniziato la laurea specialistica immatricolandomi con riserva, mi sono trasferita a Milano e tutto questo ha rappresentato una vera e propria rivincita e una soddisfazione per me stessa, tanto che sono arrivata persino a chiedere la tesi e a concluderla nei tempi corretti: a Novembre era tutto pronto per la laurea.

Dicevo, quindi, che mancava quest’ultimo esame. Probabilmente, se lo avessi passato, il titolo dell’articolo che state leggendo sarebbe un po’ diverso, quindi non c’è bisogno di troppi preamboli per dirlo: bocciatissima.

Non c’è stato molto da fare: era l’unico appello disponibile e non è andato. Ho perso la possibilità di laurearmi a Dicembre e con lei l’iscrizione alla specialistica, quindi soldi e fatica e impegno e tempo. Mi sentivo come se avessi completamente sprecato un anno: arrivare praticamente alla fine e non farcela per un soffio e includere in questa sconfitta non solo le tue convinzioni, ma anche l’impegno della tua famiglia che ti sostiene a distanza, come studentessa fuori sede.

È stato molto deludente e inizialmente non l’ho presa benissimo: ho dovuto firmare le carte in cui dichiaravo di rinunciare alla mia iscrizione alla specialistica e abbiamo perso i soldi che avevamo già usato per pagare la prima rata universitaria, ma soprattutto ho dovuto fare i conti con me stessa perché mi si erano stravolti i piani e non mi sentivo più così fiera di me. Il fallimento, poi, non era tanto l’esame in sé, quanto tutto quello che l’esame rappresentava e tutto quello che avevo investito prima di quel giorno.

Ma poi è successa una cosa particolare: sono andata avanti con la mia vita e mi sono dedicata ad altre cose, a pensieri diversi, a parole che non fossero quelle scritte sui libri da studiare per il mio prossimo esame. È stato liberatorio, come se si fosse sciolta una catena pesantissima di responsabilità che mi teneva ancorata al terreno e mi pesava sul petto. Era da tempo che non mi distraevo, che non avevo tempo totalmente libero, che non facessi qualcosa senza che da quel gesto ne dipendessero mille altri futuri.

Qualche giorno fa ho dato, di nuovo, l’ultimo esame della mia laurea triennale ed è andato in modo meno che mediocre, ma mi sento comunque bene e leggera perché l’importante è che sia andato. Sono molto contenta di essere così vicina alla conclusione di questo capitolo della mia vita, ma soprattutto sono contenta di essere arrivata a una consapevolezza di me stessa tale da sentire e comprendere che non si tratta di nient’altro che di questo: un capitolo. Un pezzetto della mia vita, una fase a cui ho partecipato e per cui mi sono impegnata, ma nulla che mi definisca o che dica qualcosa su come sono io davvero.

Sento di star trovando e scoprendo me stessa in modo profondo e autentico e sento che ciò, oggi, è possibile anche grazie al fallimento e al dolore che ho provato. Né mi preoccupa usare questa parola, seppur con un po’ di leggerezza: fallimento. Perché non dovrebbe essere qualcosa di cui poter andare fieri alla pari di un qualunque successo? Anche le mie sconfitte fanno parte di me e per questo le voglio difendere dalla negatività. In fondo è grazie a questo evento dal nome così intimidatorio che possiamo imparare così tanto sulla nostra vita. Imparare che la possibilità di sbagliare e di cadere è anch’essa un privilegio poiché non a tutti è concesso di andare a finire sul morbido senza farsi troppo male. Imparare che comunque, anche se dai il massimo e ti spingi oltre tutti i tuoi limiti, talvolta le cose vanno comunque male, anche senza un reale motivo. E imparare che comunque, in ogni caso, la vita continua. E davanti al sole che tramonta, all’orgoglio degli amici che ti guardano sempre con amore, alla consapevolezza di avere un valore e di essere preziosi per se stessi, ti ritrovi a pensare che va bene così. Che è giusto così.

Io ho imparato che, anche dopo non essermi laureata in tempo, continuavo a pensare, a ragionare, ad avere idee brillanti e quindi a essere intelligente. Perché studiare mi piace. È una fortuna poter scoprire ogni giorno cose nuove e la mia corsa contro il tempo in cui studiavo per concludere in fretta e non per assaporare ogni nuova parola che leggevo, me lo aveva per un po’ fatto passare di mente.

Penso che tutto questo, lo studio e la laurea e il trenta e lode e il master all’estero e lo stipendio perfetto e il non mollare mai, siano cose per cui vale la pena impegnarsi se è davvero quello che vogliamo, ma sono aspetti della nostra vita che vanno ridimensionati.

Sono sicura che da domani ricomincerò a impegnarmi e a dare tutta me stessa, ma sono anche sicura che nel frattempo ricorderò di avere altro, di essere altro. Perché accettare le cadute non significa fare le cose con superficialità perché “tanto la vita è guardare gli arcobaleni e sentire gli uccellini che cantano e tutto il resto non ha importanza”. No. Significa semplicemente riuscire a comprendere che, nel momento in cui crolliamo, non subiamo un fallimento né siamo un fallimento. Stiamo semplicemente vivendo e imparando dalla nostra vita, costituita inevitabilmente da successi e insuccessi.

E in ogni momento possiamo imparare e trarre da quell’esperienza qualcosa che sia, non dico positivo, ma sicuramente utile per il nostro futuro. Perché, come mi ha detto mio padre una volta, “La sconfitta non è una morte, è solo l’alternativa alla vittoria”. Niente di più, niente di meno.

 

 

 

 

Francesca Ricci

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