Come lo spieghiamo ai bambini? Così.

Due ragazze che passeggiano per strada tenendosi per mano. Un bacio tra due ragazzi in TV in una trasmissione pomeridiana. Una persona che, dopo una relazione con una donna, si innamora di un uomo e decide di stare con lui. Una donna che riesce finalmente a trovare la felicità, anche se la natura l’aveva fatta inizialmente nascere in un corpo che non le apparteneva. E poi la fatidica frase, da un coro esterno imprecisato e generalizzato: “Tutto questo è sbagliato. Non possiamo assistere a cose del genere. Come lo spieghiamo ai bambini?

Faccio parte di quel gruppo di persone che pensa che nel 2019 non dovrebbe essere più necessario porsi una domanda del genere né spiegare alcunché perché sarebbe bello che tutto fosse naturale e spontaneo e comune, ma so bene che così – purtroppo – non è.

E so anche che, per quanto assurde siano certe domande, è necessario provare a dare una risposta perché il mondo non si cambia con la chiusura, si cambia (o almeno, si prova a cambiare) con il confronto, con la pazienza di lottare per il proprio punto di vista, anche quando hai davanti persone arroganti e chiuse. Anzi, soprattutto in quei casi.

Soluzioni assolute non ne ho, ma la mia esperienza mi ha insegnato qualcosa.

Piccola premessa: quello che racconterò si riferisce a un mio episodio di vita personale avvenuto nel 2003 0 nel 2004. Più di quindici anni fa. Oggi abbiamo miliardi di informazioni in più, di esempi, di conoscenza, di possibilità. Teniamolo a mente mentre scorriamo questo articolo.

Avevo circa sette anni quando ho scoperto cosa fosse l’omosessualità.

Ricordo che un pomeriggio entrai in cucina per stare con mia madre e lei stava cucinando, tenendo come al suo solito la televisione accesa come sottofondo. Il sottotitolo della trasmissione aveva proprio questa strana parola al suo interno: omosessuale.

“Cosa significa, mamma?”

“Significa quando una persona si innamora di un’altra persona del suo stesso sesso, quindi per esempio un maschio che si innamora di un altro maschio o una femmina che si innamora di un’altra femmina.”

A quel punto rimasi per qualche istante in silenzio, come a voler metabolizzare l’informazione appena ricevuta, poi chiesi: “Quelli normali invece come si chiamano?”

Ad oggi mi vergogno un po’ di aver detto una cosa del genere, ma poi dico a me stessa che va bene, che l’ignoranza su un argomento unita all’ingenuità di una bambina può portare anche a dire parole un po’ a caso, parole che adesso mi farebbero rabbrividire.

Ma tranquilli, mia madre mi rimise subito in riga.

Anche le persone omosessuali sono normali, si vogliono bene esattamente come tutti gli altri. Non si dice normale o non normale su nessuno! Comunque quelli che si innamorano di persone dell’altro sesso si chiamano eterosessuali.”

Così, quel giorno imparai una cosa nuova e mai più usai il concetto di normalità per fare distinzioni tra gay e non gay. Due frasi dette da mia madre, stop. Nulla di più. Nessuno shock emotivo, nessuna crisi d’identità.

Per questo non dovremmo chiederci “Come lo spieghiamo ai bambini?”

Perché i bambini non hanno bisogno di grandi filosofie, sono come piccole spugne con l’immensa capacità di imparare e accettare. Forse dovremmo chiederci “Come lo spiego a me stesso?”.

La normalità viene intesa semplicemente come “tutto quello che conosco e a cui sono abituato”. L’essere umano non reagisce bene al cambiamento, a ciò che non conosce, all’ignoto. Perciò è semplice: per eliminare i pregiudizi su tutto ciò che è diverso e che si allontana da quello che per noi è il confortante quanto dannoso concetto di normalità, bisogna soltanto conoscere in modo più approfondito.

Entrare in contatto con realtà diverse, trasformare ciò che vediamo da concetti stigmatizzati in esseri umani. Non esiste nessun mostro da combattere.

Ciò che dovremmo combattere è l’ignoranza, la discriminazione, gli stereotipi.

Non facciamo in modo di alimentare un modo di vedere le cose per cui vostro figlio (o chiunque per lui) un giorno debba avere paura di ammettere di essersi innamorato. Non permettiamo a nessuno di provare vergogna per l’amore.

Ad abbattere certe convinzioni ci vuole tempo e soprattutto impegno, ma forse possiamo cominciare dicendo a chi ci è vicino le parole che io sono stata fortunata a sentirmi rivolgere da tutta la vita: “Non importa chi amerai, se maschio o femmina o alieno o che so io, l’importante è che ti renda felice, che ti tratti bene e che sia una brava persona.”

E questo basta. Perché non dovrebbe bastare?

Francesca Ricci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto