Tra piccolo principe e regimi totalitari – NEWSLETTER IMPRONTA #7

Sono (quasi) sempre a favore delle novità. Sono una persona curiosa e mi piace la possibilità di poter accumulare esperienze di ogni tipo. Decisamente non sento di poter sedere dalla stessa parte di chi afferma che le cose non debbano cambiare, di chi rifiuta l’innovazione, di chi si aggrappa alla solidità della tradizione più che al buon senso per poter dimostrare la validità delle sue convinzioni. 

Ma devo ammettere che mi piace anche l’idea di avere alcuni punti fermi nella mia vita. Come una routine

Giocavo a Dixit con la mia famiglia, l’altro giorno, e a un certo punto mi è capitata una carta che rappresentava perfettamente la scena del piccolo principe e della volpe (almeno nella mia testa). Quella in cui la volpe dice al piccolo principe “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. La metto qui per chi non la conoscesse e anche per chi volesse semplicemente riascoltarla, ché è sempre bella. Dicevo, mi è capitata questa carta, e come frase per descriverla ho detto “abituarsi alla felicità”. Senza pensarci troppo perché per me quella scena lì vuol dire proprio questo.

Quando è finito il turno, però, mia madre mi ha detto che per lei quella è una scena che descrive il processo dell’innamoramento. 

Ci ho pensato un po’ su e alla fine sono giunta alla conclusione che non importa se è felicità o innamoramento, ciò che rende così indimenticabile questa scena è la forza della routine che si instaura tra i due. Dell’abitudine che addomestica. 

E quindi ecco la parola di questa settimana: abitudine

Più mi dedico a questo concetto, più mi si manifesta davanti agli occhi il suo dualismo: bene e male, abitudine positiva e abitudine negativa. In mille modi diversi. Per esempio, un’abitudine negativa potrebbe essere quella di mangiarsi le unghie. Un’abitudine positiva quella di bere due litri d’acqua al giorno. Ma ancora, scavando più a fondo: ogni meccanismo di abitudine ha in sé positività e negatività.

Positività perché è grazie alle tradizioni se ci sentiamo parte di qualcosa. Non c’è niente di più vero di quello che dice la volpe al piccolo principe, anche oggi, soprattutto oggi, in questa situazione globale. Non è forse vero che “se ogni lunedì guardiamo insieme un film di Harry Potter, dalla domenica inizieremo a essere felici”? O anche che “se ogni sabato sera impastiamo la pizza, dalla mattina inizieremo ad avere l’acquolina in bocca”

Le abitudini che stiamo creando in questa quarantena ci stanno permettendo di andare avanti, di vivere in una normalità, ovattata certo, ma per lo più serena. È assurda la capacità dell’essere umano di abituarsi. Se pochi mesi fa ci avessero detto che ci saremmo abituati a una routine del genere, fatta di gente chiusa in casa, di strade e negozi serrati, di  riunioni fatte via Skype e aperitivi su whatsapp, probabilmente ci saremmo fatti una bella risata e poi saremmo tornati alle nostre vite di sempre. E invece eccoci qui. 

E abituarsi non significa divertirsi o trovare una situazione piacevole. Significa solo che il nostro cervello, in un modo o nell’altro, si è adattato per sopravvivere e andare avanti alle nuove condizioni che gli sono state dettate senza neanche chiedere il suo parere. È un fatto che mi lascia sconcertata. A volte in realtà mi spaventa anche un po’. Perché mi chiedo, A cos’altro posso abituarmi allora?Cosa arriverò a considerare normale?

E questo è l’aspetto negativo dell’abitudine. 

Hai mai letto Il racconto dell’Ancella? È un romanzo di Margaret Atwood che ti consiglio con tutto il cuore e non soltanto perché è scritto meravigliosamente. Nel racconto dell’Ancella, la Atwood descrive un mondo futuro e distopico in cui gli Stati Uniti sono diventati uno stato totalitario e teocratico che, come causa e conseguenza, rende sottomesse e prive di ogni libertà le donne (ma va?). 

A causa del crollo della natalità e della fertilità, il regime si è insinuato nelle vite delle donne e ha selezionato quelle fertili, dividendole così in mere categorie che hanno come unico scopo quello di servire il paese.

Ci sono quindi le Marte (le serve), le Mogli (mogli privilegiate), le Zie (guardiane ed educatrici), le Non donne (tutte quelle donne che non appartengono a una categoria, non si sono conformate o non possono più essere utili) e infine le Ancelle, che sono le donne ancora fertili e che hanno il dovere di donare il proprio corpo a un uomo, nel momento di maggiore fertilità, per concepire un figlio e rendersi utili. È proprio dal punto di vista di un’Ancella, Offred, che viene raccontata la storia. E Offred non è il suo vero nome, è il nome che le ha dato il regime per il semplice fatto che è of Fred, di Fred, dell’uomo a cui adesso, in tutto e per tutto, appartiene. 

Ma non mi inoltro nella trama (leggetelo però! O guardate la serie tv! O entrambe le cose!). 

La cosa che mi ha messo più angoscia, quando ho letto il libro, è stata la scoperta graduale del fatto che la situazione di regime descritta era relativamente nuova. La nostra protagonista, prima di diventare un’Ancella, aveva una vita normale, come quella di chiunque: aveva un lavoro, aveva dei soldi, aveva un compagno e aveva una figlia. Poi più niente. 

Ma come ha potuto accettarlo? Come hanno fatto a non ribellarsi quando erano in tempo? Mi chiedevo. Poi la risposta. Si era abituata, si erano abituati tutti. 

Perché il cambiamento non era avvenuto da un giorno all’altro, era stato costruito con piccoli passi che erano passati inosservati. 

Un po’ come il principio della rana bollita

Quindi come si costruisce un’abitudine?

Piano, con la ripetizione e la lentezza dell’assuefazione. A piccoli minuscoli passi. 

Sia quelle positive, sia quelle negative. 

Durante queste giornate, allora, costruiamo tutte le abitudini positive possibili. Abbiamo il diritto di provare a rendere tutto più sopportabile nel modo che riteniamo più giusto per noi. Ma teniamo sempre un occhio aperto sulla pericolosità dell’abitudine. 

Facciamoci più domande possibili, sempre. Cerchiamo di non essere passivi, interroghiamo, interroghiamoci. Non facciamoci bollire. E, quando tutto finirà, magari teniamoci strette le positività di questa strana abitudine. 

Mantieni i tuoi pensieri positivi,
perché i tuoi pensieri diventano parole.
Mantieni le tue parole positive,
perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti.
Mantieni i tuoi comportamenti positivi,
perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.
Mantieni le tue abitudini positive,
perché le tue abitudini diventano i tuoi valori.
Mantieni i tuoi valori positivi,
perché i tuoi valori diventano il tuo destino.


– MAHATMA GANDHI

Io vorrei farlo. 

Io lo farò. 

Ti auguro con tutto il cuore un buon inizio settimana e, se festeggi la Pasqua, anche una buona Pasqua. Altrimenti solo un grande abbraccio virtuale. 

Guadagniamoci il colore del grano.

Buon lunedì.

Francesca ✨

Francesca Ricci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto